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Gianni Piacentino

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Nato artisticamente nella Torino degli anni Sessanta, capitale mondiale di talenti e di linguaggi innovativi, Gianni Piacentino ha trovato subito la sua strada esponendo a ventuno anni con Sperone nel 1966. Semplicità, tecnologia, perfezione della fattura, concetti forse difficili da esaurirsi in breve, ma che hanno in sé un principio anticorrosivo (non a caso) che è legato alla forma, e a quel versante aristocraticamente chiuso che è pari a quella tensione verso il perfetto. Bellezza ed eternità formano un matrimonio inscindibile a cui il tempo conferisce valore. Piacentino, di là dalla sua magnifica biografia motoristica che continua tuttora, è un artista che non appare mai datato o databile, riconoscibile senza essere ripetitivo. Anche quello i lavori degli esordi non hanno tracce d’anzianità, nel tempo l’artista ha saputo concentrare l’energia per progressivi aggiustamenti, potremmo dire, miglioramenti. Le differenze infatti prodotte da quasi quarant’anni a questa parte sono sotto la superficie, nei materiali che sono stati perfezionati, in alcune scelte sempre più condizionate dall’esperienza e dalla positività. Vi è un’idea di perfettibilità insita nella sua poetica, che lo spinge a non dare mai un risultato acquisito. Diciamo, in altri termini, che Piacentino non si accontenta di quanto ha ottenuto, ma va a cercare il limite, sempre un po’ più in là. Si può dire che il controllo è tutto: è come quando si guida una moto da velocità. La mano destra ha la possibilità di accelerare e di frenare, nel perfetto dosaggio di uno e l’altro si stabilisce la differenza tra chi vince e chi no. La questione dell’arte di Gianni Piacentino sta proprio in questa sua maniera di cercare la bellezza. Maniera solitaria ma dentro il tempo che gli appartiene. E da questo punto di vista i veicoli sono anche i più spettacolari e attesi. Meno certamente la sua pittura (sempre tersa come un progetto da ingegnere) ma che trova un perfetto matrimonio nelle piastre di acciaio lucidato, nel rapporto con i materiali più tecnologici che indubbiamente sono il portato generale del lavoro. Però attenzione. Si tratta di una tecnologia che cerca sempre il matrimonio non con il prodotto industriale, ma con l’idea, la perfezione asciutta e definitiva di un’idea che si fa apparenza e quindi forma.